Un po’ sull’Europa

Breve storia dell’Europa;
Gli allargamenti;
Che cos’è l’Unione Europea;
L’Unione Doganale;
L’Unione Economica;
L’Unione Monetaria;

BREVE STORIA DELL’UNIONE EUROPEA

Probabilmente non tutti sanno che la prima idea embrionale di integrazione europea risale agli anni bui della Seconda Guerra Mondiale con il Manifesto di Ventotene (1914), un documento per un’Europa federale scritto dagli intellettuali italiani Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, (comunista il primo e liberale il secondo), mentre erano in confino dal regime fascista.

In Europa e nel mondo infuriava la guerra e l’unificazione politica del continente europeo veniva vista come l’unico modo per assicurarsi che una simile tragedia non si ripetesse mai più.

L’idea sopravvisse anche dopo la fine delle ostilità: le divisioni interne all’Europa avevano causato due Guerre Mondiali nel giro di 30 anni e 60 milioni di persone erano morte.Ci si convinse che iniziare un processo graduale di integrazione politica del continente era il modo più sicuro per evitare conflitti e divisioni in futuro.

L’integrazione Europea ha quindi profonde radici politiche: l’obbiettivo dei padri fondatori era quello di creare uno spazio politico unitario per favorire “pace e prosperità”, come troviamo scritto dello stesso Trattato Istitutivo.

Come raggiungere questo obiettivo?
Come arrivare ad unione politica?

Nell’immediato dopoguerra si fronteggiarono due diverse opzioni:
1) – La posizione Federalista, che voleva creare subito istituzioni comuni e procedere all’unificazione politica per arrivare direttamente agli “Stati Uniti di Europa”;
2) – La posizione Funzionalista, che intendeva procedere per gradi, rimovendo una a una quella che potevano rappresentare motivi e situazioni di tensione e potenziale conflitto tra le nazioni europee.

Essendo i “motivi di tensione” quasi sempre di ordine strategico-economico, questa via implicava quindi prima un’unificazione economica preparatoria a quella politica.

Dopo un intenso e non scontato dibattito, prevalse il realismo e la lungimiranza della seconda ipotesi. L’occasione per sperimentare il metodo funzionalista si presentò nel 1950 con la disputa tra Germania e Francia per il controllo dei giacimenti di carbone della Ruhr (al confine tra i due paesi); un episodio che solo pochi anni prima avrebbe potuto far scatenare un’altra guerra finì col diventare il primo piccolo passo dell’integrazione europea.

La soluzione al problema fu ideata da Jean Monnet e Robert Schumann: andare oltre il livello nazionale, e sottoporre la produzione di carbone ad un’autorità sovranazionale ed indipendente, con funzioni di governo nel settore carbonifero e siderurgico.
Il 18 aprile 1951, a Parigi venne firmato il Trattato Istitutivo della Comunità del Carbone e dell’Acciaio (CECA); i cui Stati membri erano Repubblica Federale Tedesca, Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo.
Successivamente si pensò di creare organismi sopranazionali anche per l’energia atomica (EUROATOM) e per la costruzione dell’unione doganale (la Comunità Economica Europea – CEE).
Quest’ultima era senza dubbio l’intuizione più importante:
l’obiettivo immediato era quello di rimuovere i dazi doganali e le restrizioni protezionistiche del commercio tra gli stati che aderivano alla CEE, in modo da creare una zona di libero scambio.

Il 25 marzo 1957 Roma, venne firmato il Trattato Istitutivo della CEE.


GLI ALLARGAMENTI

1)Allargamento a Nord (1973): Gran Bretagna e Irlanda

La Gran Bretagna chiese nel 1961 di entrare nella CEE essenzialmente per due emotivi:
– recuperare un ruolo di egemonia economica persa nei confronti dei paesi Ex-coloniali del Commonwealth;
– dare un mercato di sbocco alle proprie imprese interne che ormai si erano pienamente riprese dalla grave crisi della guerra e avevano raggiunto dimensioni considerevoli.

Il tenore di vita in Italia, Francia e Germania era molto cresciuto ed erano così divenuti mercati molto appetibili per la Gran Bretagna.
Dopo poco più di un decennio, le divergenze furono superate e la Gran Bretagna fece il suo ingresso nella CEE insieme all’Irlanda e alla Danimarca.

2)Allargamento a Sud: Grecia (1981), Spagna e Portogallo (1986)
Quest’ allargamento fu dominato più da motivazioni politiche che non da considerazioni economiche legate ai mercati di sbocco e all’ampliamento del commercio.
Spagna, Portogallo e Grecia furono ammesse nella CEE all’indomani dalla loro uscita da sanguinose esperienze dittatoriali, per favorirne il reinserimento nel circuito democratico.

Dal punto di vista economico essendo paesi considerevolmente arretrati, quest’allargamento vide sorgere due problemi, destinati a persistere nei futuri sviluppi dell’Unione:
– Il problema degli squilibri territoriali all’interno della Comunità (paesi molto sviluppati convivevano con paesi molto arretrati) e quindi l’avvio di un riflessione sulla necessità di politiche di coesione e convergenza (riflessione che sfocerà tra le altre cose nei Fondi Strutturali):
– Il problema di possibili “invasioni migratorie” da parte dei paesi meno sviluppati; questa preoccupazione fu risolta imponendo un periodo transitorio di regolazione dei flussi migratori, in deroga alla disciplina comunitaria che prevede invece la libera circolazione dei lavoratori e dei flussi di capitale.

Questa misura è stata poi riproposta nel caso dell’allargamento ad Est (2004).
3)Allargamento EFTA* (1995): Austria, Finlandia, Svezia
Questo allargamento fu il più veloce della storia della Comunità Europea (che nel frattempo si era trasformata in Unione Europea): i negoziati durarono soltanto 13 mesi.
Il motivo è che i paesi in questione erano caratterizzati da un già elevato tasso di sviluppo economico e da una legislazione che aveva già recepito gran parte delle leggi e dei regolamenti necessari per entrare nell’ Ue.
* EFTA è l’acronimo di Eurpean Free Trade Agreement, ed è il nome dell’area di libero scambio a cui i tre paesi apprtenevano prima dell’ingresso nell’Ue.

4)Allargamento ad Est (2004): i paesi Ex-comunisti, Malta e Cipro
Quesrto allargamento avvenne per un mix di motivazioni politiche ed economiche.
Sul fronte politico, si riuscì nello storico obiettivo di riunire il continente europeo nella sua interezza, comprendendo in paesi dell’Est appena usciti da sett’anni di dittatura comunista.
Sul fronte economico, i benefici sono riassumibili in un ampliamento dei flussi commerciali che beneficierà i “vecchi” membri per quel che riguarda mercati di sbocco e opportunità di specializzazioni produttive, e i “nuovi” membri per effetto traino e per un vantaggio comparato in produzioni a basso valore aggiunto nei quali possono vantare un costo del lavoro sensibilmente minore.
Sul fronte economico permangono dubbi sull’effettiva capacità delle economie dei paesi appena entrati di portare un apporto nuov alla crescita europea nel breve periodo; inoltre essendo quasi tutti mlto arretrati per quanto riguarda i livelli di sviluppo, ci sono difficoltà legate alla ripartizione dei Fondi Strutturali, che dovranno ovviamente essere dirottati nei Paesi dell’Est, abbandonando così quasi tutte le regioni occidentali.


CHE COS’È L’UNIONE EUROPEA?

L’Unione Europea è:

– un’Unione doganale (dal 1957 in poi);

– un’Unione Economica (dal 1993 in poi);

– un’Unione Monetaria (dal 1999 in poi).


L’UNIONE DOGANALE

Un’Unione doganale è un’accordo tra paesi membri che prevede
due cose:

– l’abolizione graduale ma completa delle tariffe protezionistiche e delle barriere doganali per il commercio all’interno dell’Unione;
– il mantenimento di un’unica tariffa comune nei confronti dei paesi esterni.

Per apprezzare fino in fondo l’importanza del concetto di unione doganale, pensiamo al dilemma a cui spesso si sono trovati i piccoli paesi specialmente nel Sud del mondo:

– liberalizzare totalmente e immediatamente il commercio con tutti i paesi esteri eliminando tutte le barriere, le tariffe e i dazi doganali nei paesi provenienti da qualsiasi paese straniero (libero mercato);
– oppure mantenere un assetto più protezionista con alte tariffe commerciali alle importazioni estere, magari al fine di proteggere le fragili imprese nazionali? (mercato protetto)

Ossi si sa che entrambe le soluzioni possono essere ugualmente dannose, soprattutto in paesi caratterizzati da economie fragili.

I pericoli della prima opzione risiedono nel fatto che esse possono totalmente distruggere la struttura produttiva interna di un paese, se le proprie aziende non sono ancora pronte per il confronto con i paesi esteri le cui imprese sono in grado di produrre a costi inferiori e quindi idi offrire i beni a prezzi più bassi.

La seconda opzione è se è possibile ancora più dannosa: proteggere tramite barriere doganali un apparato produttivo inefficiente e pigro impedendogli del tutto il confronto con imprese più efficienti infatti, è dannoso per i consumatori,
per le imprese stesse e per lo Stato.


L’UNIONE MONETARIA

Il 1 Gennaio 1999 dodici paesi dell’Unione Europea abbandonarono le loro monete nazionali e adottarono la moneta comune, l’Euro, che cominciò a circolare nelle tasche degli europei esattamente tre anni dopo ( il 1° gennaio 2002).

Questi dodici paesi (Italia, Germania, Francia, Grecia, Spagna, Portogallo, Austria, Olanda, Lussemburgo, Belgio, Finlandia, Irlanda) diedero così il via all’Unione Monetaria, terzo gradino nella costruzione di un mercato completamente unico.

Perchè adottare una moneta unica?

Nel nostro viaggio siamo arrivati al seguente punto: siamo nel 1992, e tra gli stati dell’Unione Europea è appena stato costituito un mercato comune, senza tariffe doganali al proprio interno e con tanto di libertà di movimento di capitale e di lavoratori.

Beneficiando di questa situazione, il commercio all’interno dell’Ue è molto florido.
Questi scambi tuttavia continuavano ad essere regolati tramite l’utilizzo di una dozzina di monete nazionali diverse.
Probabilmente sapete che il valore delle valute nazionali viene determinato ogni giorno sul mercato dei cambi, e la quantità di moneta scambiata ne determina il prezzo, secondo la legge della domanda e dell’offerta.

Le fluttuazioni del tasso di cambio hanno un effetto reale: rendono più cari o più convenienti le esportazioni o le importazioni, e quindi modificano sia la bilancia commerciale (esportazioni – importazioni) sia il PIL ( consumi + investimenti + spesa pubblica + bilancia commerciale).
Quanto più le economie nazionali sono aperte e commerciano tra loro, tanto più le variazioni frequenti del tasso di cambio hanno effetti concreti sul’economia dei paesi in questione.
Avendo queste caratteristiche, quindi, il mercato dei cambi è molto instabile.
A questo si aggiunge la possibilità degli attacchi speculativi, vale a dire massicce operazioni di acquisto/vendita di valuta nel giro anche di poche ore, finalizzate unicamente al raggiungimento di un margine di profitto dovuto a sua volta all’altalena del tasso di cambio stesso.

Le conseguenze degli attacchi speculativi possono essere a volte devastanti.
Quindi il mercato dei cambi, già instabile per conto suo, è reso ancor più instabile dalla liberalizzazione del movimento dei capitali finanziari che, come abbiamo visto era uno dei tratti essenziali dell’Unione Economica.
Come si sa l’instabilità è un grosso nemico. Come può un imprenditore programmare un investimento pluriennale in un’altra nazione se non sa quale sarà il prezzo effettivo che dovrà pagare al termine dei lavori?

A queste considerazioni occorre aggiugerne un’altra a cavallo tra l’economia e la politica.
I padri dell’Euro (il tedesco Helmut Kohl, il francese Francois Mitterand, e l’italiano Carlo Azelio Ciampi) ricordavano bene che l’instabilità economica provocata dalle ampie fluttuazioni dei tassi di cambio negli anni 20′ e 30′ furono proprio alla base di quelle crisi economiche e sociali che portarono al potere il nazismo e il fascismo e che crearono le premesse per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Ancora una volta quindi il processo di integrazione europeo riconsidera le condizioni e le situazioni che hanno portato a drammatici errori del passato, e interviene su di esse per impedirne lo stesso tragico sviluppo.
Per far questo interviene sul’economia, con l’obiettivo di agire sulla politica, e sul futuro delle nuove generazioni.


L’UNIONE ECONOMICA

L’ Unione Economica è rappresentata da:

– il completamento dell’ Unione doganale, nel senso di garantire la piena e completa libera circolazione di beni e servizi all’ interno dell’Unione, con l’abbattimento degli ostacoli residui e l’eliminazione fisica delle frontiere;
– l’aggiunta delle libera circolazione, al proprio interno, dei due fattori produttivi: il capitale e il lavoro.

Possiamo quindi sinteticamente dire che l’Unione Economica è:
un’ Unione doganale (rafforzata e completa nella sua missione di libera circolazione delle merci)
+
libera circolazione di flussi di capitale e di lavoratori

Il passaggio da un Unione doganale a Unione Economica fu molto lento. Fu solo con l’Atto Unico Europeo del 1986 che si decise di proseguire con decisione la via dell’Unione Economica costruendo un vero e proprio Mercato Comune Europeo, uno spazio di libera circolazione per beni, servizi, capitale e lavoratori.

Perchè proprio in quel momento storico?

Negli anni 70′ il mondo aveva attraversato un momento storico di profonda trasformazione economica: la crisi petrolifera, la stagflazione, il rallentamento della crescita, l’aumento strutturale della disoccupazione.
Di fronte ad un mutamento strutturale di così vasta portata, ci si accorse che il solo strumento dell’accordo doganale non era più sufficiente per affrontare o prepararsi ad affrontare con successo la competizione global in un contesto economico-politico sempre più difficile e complesso. Si decise così di puntare tutto sulla costruzione di un vero e proprio mercato unico che, in futuro, doveva dotarsi anche di una moneta unica con la quale regolare gli scambi.
Di fronte ai cambiamenti del mondo, dunque, la risposta non fu la chiusura nella conservazione dell’esistente ma il rilancio verso nuove e coraggiose forme di organizzazione economica e politica.

Come si costruisce il Mercato Unico?

Nonostante il buon funzionamento dell’Unione doganale, permanevano ancora alcuni ostacoli alla totale libera circolazione delle merci.
Di questi il principale era costituito dalla barriere non-tariffarie, vale a dire barriere istituzionali che pur non essendo dazi doganali e tariffe doganali, nei fatti impedivano ancora il libero commercio.
L’Atto Unico si propose di eliminare le barriere non tariffarie entro il 1992, tramite il processo evolutivo comune di convergenza legislativa.

Che benefici porta un’Unione Economica?

I benefici dell’Unione Economica (e quindi del mercato unico) sono innanzitutto il rafforzamento dei benefici dell’Unione doganale. Tutti gli aspetti positivi elencati prima, sono infatti più presenti se da un lato si eliminano i residui ostacoli alla libera circolazione di beni e servizi (come le barriere non-tariffarie) e se dall’altro si aggiunge anche la libertà di movimento di capitale lavoro.